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VENEZIA 65 – “Orfeo 9” di Tito Schipa Jr. (Fuori Concorso)

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Di Davide Di Giorgio

Riscoprire dopo più di trent’anni la prima opera rock italiana significa rendersi conto della estrema vitalità di un cinema più spregiudicato di quello attuale, afflitto da una medietà e da una costante ricerca del consenso di massa oltremodo inquietante. Eppure, anche se rapportato al cinema di ieri, il film è contemporaneamente dentro e fuori i meccanismi produttivi dell’epoca, risultando un oggetto che sembra letteralmente venire dallo spazio

Renato Zero e Tito Schipa Jr.

Renato Zero e Tito Schipa Jr.

Non poteva esserci chiusura migliore per una Mostra di Venezia che ha dedicato ampia parte del suo programma a una interessante mappatura del cinema italiano di oggi e di ieri: nel riscoprire Orfeo 9, particolare opera rock realizzata da Tito Schipa Jr. (nipote dell’omonimo tenore salentino) nel 1973 per la televisione e dimenticata per anni, sembra infatti di assistere a una chiosa della retrospettiva “Questi fantasmi”, a dimostrazione di come tanto cinema (e tv) del passato fosse molto più vitale e spregiudicato rispetto a quello del presente che, pur con la discreta qualità dei film presentati in concorso e non, rivela una inquietante medietà, una ricerca costante del consenso di massa che dice di un sistema culturale pavido e troppo poco incline all’azzardo.

Orfeo 9 è quindi un vero e proprio corpo alieno nell’Italia di ieri e di oggi, uno di quegli oggetti filmici che sembrano letteralmente venire dallo spazio, prodotto da una Rai in vena di sperimentazioni e che non cerca riferimenti nella realtà circostante, ma attinge da fonti altre, da tradizioni meno scontate: non soltanto il musical americano (il cast aveva già lavorato in teatro a Hair), ma anche tutto quel sottofilone trasversale a epoche e generi che cerca il fantastico nelle pieghe della realtà, descrivendo un universo immaginifico le cui fondamenta sono profondamente radicate nell’Italia contemporanea (sebbene in maniera diversa tornano alla mente certe opere di Sergio Citti oppure il Pinocchio di Comencini). Ecco dunque che il viaggio di Orfeo alla ricerca della perduta Euridice diventa uno spostarsi lungo le strade di una Italia industrializzata (e non) e dove l’Inferno è un complesso di gallerie metropolitane. Un luogo familiare eppure alieno come lo stesso film, che riprende perfettamente il mito greco e le sue forme di rappresentazione (non manca anche il classico coro che racconta e commenta l’azione, all’interno nel quale riconosciamo fra gli altri una giovanissima Loredana Bertè) e ne fa una metafora di una cultura del viaggio, del rapporto con lo spazio e con le alterazioni delle percezioni, della guerra e della droga. I riferimenti alla cultura hippy sono evidenti, ma non riescono a rendere del tutto datato l’impianto grazie a una voglia di esserci e di manifestare la propria voce fuori dal coro, capace di elevare il mezzo espressivo a livelli alt(r)i.

Nonostante la regia manifesti a tratti la sua origine televisiva, nel complesso Orfeo 9 è quindi un’opera intrigante e intelligente, che si avvale di collaborazioni ricercate: il compositore Bill Conti, un mefistofelico Renato Zero dal volto diviso in due (e che rivisto oggi sembra quasi rimandare a una grottesca parodia del Due Facce batmaniano ibridato con il Cappellaio Matto di Lewis Carroll), mentre lo stesso Schipa oltre a essere regista e autore dei brani musicali, è anche interprete nel ruolo di Orfeo.

Fonte: Sentieri Selvaggi
Autore: Davide Di Giorgio
Data: 08/09/2008
Tipo: recensione

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