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Recensione ORFEO 9 (1973)

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Di kowalsky

In un mondo che è deserto, un uomo diventa la città.

C’era un tempo, non troppo lontano, in cui la creatività si misurava anche attraverso la musica.

Misticismo hippie, rivoluzione culturale, pacifismo senza inutili boomerang ideologici, la libertà che non c’è ma si può trovare, la schiavitù da cui liberarsi.

A giudicare dalla controversa reazione degli spettatori della 65esima Mostra del Cinema di Venezia, quel tempo è morto e defunto. E, a dirla tutta, l’”Orfeo 9“, libera rielaborazione in chiave (prog)rock del mito di Orfeo ed Euridice, rappresenta per l’italiano medio di oggi (e forse anche di ieri) un problema.

Per una nazione avara sia di teatro che di cultura rock, per non dire di tragedie greche et similia, la giocosa vitalità delle coreografie, lo stilismo rassicurante (in rima) delle canzoni, la sfacciata irriverenza della mise in scene, o la provocazione della ridondanza espressiva del testo (per esempio le scritte sui muri antenate dei murales di oggi) può essere l’inedito esperimento da rispedire al mittente: confusione e sconcerto.

Ma altrove c’è un margine, bellissimo: la città con la frenetica corsia di macchine (il memorabile viaggio di Orfeo in autostop, per esempio), miraggio (?) di un mondo contemporaneo sempre più distante dal cuore.

L’”Orfeo 9” di Schipa Jr. (figlio del celebre tenore e interessante compositore e cantautore; da ricordare almeno “Dylaniato” del 1988) resta comunque un cult, a dispetto dell’avversione dei media e dell’ostracismo censorio della Rai, scandalizzata per il “linguaggio aperto” dei testi e delle allusioni imperanti.

La vicenda di Orfeo, innamorato di Euridice, trova stavolta un riscatto dal mondo della droga, baratro in cui finisce la sua amata per mano di un “venditore” (Renato Zero docet) tentatore e ammiccante. Ovviamente la felicità “artificiale” promessa è ben diversa dalla realtà.

Al progetto parteciparono intellettuali di spicco come Dacia Maraini, attori come Paola Pitagora, Giorgio Albertazzi e Renzo Rossellini, mentre nel cast, oltre a un memorabile e freak Renato Zero (che domina l’amore altrui con diabolici ricatti: la somiglianza con l’inglese Marc Bolan è impressionante), Loredana Bertè, Tullio De Piscopo, persino Giuliano Ferrara.

Visto oggi, “Orfeo” risulta inevitabilmente datato, ma risulta indispensabile per comprendere quanto fosse “moderno” e innovativo l’approccio sociale con la realtà (il mondo della droga come le illusioni delle utopie generate dal brusco risveglio capitalista degli anni settanta).

Il ricordo si fa strada, e – come suggerisce l’opera (difficile considerarla esclusivamente “cinema” o “teatro”) “in un mondo deserto un uomo è la città”.

Una lunga strada di autoco(no)sc(i)enza per il passato, il presente e il futuro.

Fonte: Film Scoop
Autore: kowalsky
Data: 11/09/2008
Tipo: recensione

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