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ORFEO 9: Il regista Tito Schipa Jr.

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Di Diego Pierini

L’arte della percezione

L'unica cosa che mi ha catturato, negli ultimi tempi, è l'hip hop, il rap. Mi è sembrato veramente una cosa nuova.

L'unica cosa che mi ha catturato, negli ultimi tempi, è l'hip hop, il rap. Mi è sembrato veramente una cosa nuova.

Abbiamo rischiato di perderlo, una pellicola deteriorata tra cumuli di materiali d’archivio colpevolmente dimenticati: eppure “Orfeo 9″ è stata la prima opera rock italiana della storia. Eppure il film, che era stato prima rappresentazione teatrale e, soprattutto, album musicale, era un lavoro di grande spessore, decisamente avveniristico, oltre che espressivo – e straordinariamente low budget, essendo costato al tempo quaranta milioni di lire. E annoverava nel cast talenti che sarebbero esplosi luminosamente nel corso degli anni seguenti, da Renato Zero a Loredana Bertè. A Venezia 65 viene riproposta una copia impreziosita dalla colonna musicale stereo. Abbiamo colto l’occasione per parlarne con il regista Tito Schipa Jr.

Come è nato “Orfeo 9″?
Premetto che esiste anche un libro, intitolato “Orfeo 9 Il Making”, che narra la genesi, veramente incredibile, di quest’opera. Ce ne sono successe veramente di tutti i colori. L’idea dell’opera rock, comunque, è nata in me anni prima, nel ’67 al Piper Club di Roma con “L’Opera Beat”, un collage di diciotto canzoni di Bob Dylan riscritte a mo’ di melodramma che ebbe un successo totalmente inatteso. Garinei e Giovannini, in seguito, mi concessero cortesemente il Sistina per un progetto che riguardava Gershwin. Avevo ventidue anni, avevo il Teatro Sistina in mano, e non ero ancora nessuno, una responsabilità importante. All’ultimo momento dalla Gershwin Corporation di New York giunse un telex: mi vietavano di fare lo spettacolo. E così avevo il Sistina, e nulla da mettere in scena. In una notte di tregenda, descritta nel libro, fui costretto ad inventarmi un progetto alternativo. E ripresi l’idea dell’opera rock. Presi la storia di Orfeo perché mi sembrava che ci rappresentasse molto bene, a noi di quella generazione. Era un momento di presa di coscienza epocale, venivamo da un paio di secoli scuri, e oggi difficilmente si può comprendere da cosa ci siamo liberati. Un processo difficile: molti si sono persi, alcuni anche morti, con il dilagare degli allucinogeni, di cui si è fatto un uso assolutamente sbagliato.

Esiste un uso giusto?
L’uso giusto è comprendere che l’acquisizione di una sostanza che – se non sei un moralista, e la escludi a priori – bene o male ti apre quelle che Huxley chiamava le porte della percezione, ti mette in contatto con una parte di te stesso che altrimenti probabilmente non conosceresti mai, può essere un fatto che appartiene all’esperienza umana. E magari ti indica un cammino. Poi il problema è confondere quell’esperienza con la sostanza che te l’ha procurata, e allora si cade nella dipendenza e in tutti i problemi che essa comporta.

E se si trattasse soltanto di una realtà proiettiva?
Questo non potrà mai dimostrarlo nessuno. Alcuni potrebbero anche dire che non esiste niente di reale, o eliminare le distinzioni tra soggettivo e oggettivo sostenendo che tutto costituisce esperienza umana. È un discorso profondo e difficile.

L’arte può essere un mezzo privilegiato per affrontarlo?
Essendo fenomeni ampiamente irrazionali, l’arte, che ha un’importante parte irrazionale, può usare un linguaggio particolarmente diretto nei confronti di queste percezioni. La chiave di tutto è la percezione della realtà. E la storia di “Orfeo 9″ è proprio quella di una persona che, una volta apertasi la porta, non riesce a capire che cosa gli sia successo in realtà, e si trova in guai seri, nonostante tanti intorno a lui cerchino di farlo spostare da questa visione indelebile che sembra essersi fissata dentro di lui. Il punto cardine del problema è capire che questa visione è qualcosa che appartiene al presente, è sempre recuperabile soltanto al presente. Altrimenti si cade nella paccottiglia di mistica, false religioni, ecc. E si trova sempre qualcuno che vuole venderci quello che abbiamo già, che è dentro di noi. Non a caso il personaggio di Renato Zero, nel film, si chiama il venditore. Serve rimanere in uno stato di veglia, non sognare: don’t dream it, be it.

Fonte: Loud Vision
Autore: Diego Pierini
Data: 10/09/2008
Tipo: intervista

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