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Tito Schipa Jr – Orfeo 9. Il making: storia, personaggi, fortune della prima opera rock

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di Andrea Del Castello

Era noto come geniale autore, ottimo interprete, ingegnoso regista, acuto filologo, ma ora, alla maniera degli artisti rinascimentali, si scopre anche eccellente scrittore, narrando la storia dell’opera che lanciò Renato Zero e Loredana Bertè.

Il paragone con i maestri del Rinascimento non si limita alla poliedricità, ma riguarda altresì l’approccio creativo con il quale Schipa Jr integra la sua opera con la riflessione sull’arte e sul suo significato. E la sua narrazione degli eventi assurge a modello di un genere affrontato troppo spesso in maniera banale: il racconto, da parte di un autore, della genesi e delle vicende di una propria opera.

In questo caso Tito Schipa Jr ricorda la sua opera rock, la prima opera rock italiana, la prima mai rappresentata al mondo: Orfeo 9, la cui prima si tenne al Teatro Sistina di Roma il 23 gennaio 1970.

Si tratta di un’opera (da cui è stato tratto anche un film) che traspone la vicenda di Orfeo ed Euridice nel XX secolo, con le costruzioni mentali che nascondono la verità della condizione di ognuno, allontanano dalla semplicità della meravigliosa esistenza, sminuiscono la bellezza angelica delle cose. E parallelamente “la tragedia della tossicodipendenza mi sembrò la drammatizzazione patologica e irreversibile, la cronicizzazione estrema di questo handicap psicologico che appartiene anche spesso a chi non si droga affatto”.

Purtroppo, però, a causa di questi temi forti l’opera è stata sempre malvista dai vertici dello spettacolo e della cultura: “il fatto che in quella trama solo si alludesse alla droga […] bastò ai luminari del nostro intrattenimento e della nostra cultura per esiliare brutalmente e definitivamente il nostro prodotto – e noi stessi – dal mondo dello spettacolo italiano”.

Nel testo è tangibile la frustrazione tipica degli artisti il cui valore non è riconosciuto pienamente, la delusione di chi ha avuto troppi bastoni tra le ruote; di conseguenza il tono è di frequente molto aspro e derisorio “la commissione di controllo (si legge “censura”) che vagliava i dischi da trasmettere in Rai […] bocciava i primi dischi dei Beatles perché la chitarra distorta veniva considerata incisa difettosamente” e muta improvvisamente nello sconforto della riflessione più amara “oppure decretava che Combat, di tale Schipa Jr, configurasse un caso di lampante istigazione alla violenza e andasse proibita in forma definitiva e assoluta da qualsiasi utilizzo in onda. Con il pezzo andava cancellato dai palinsesti, dai programmi e possibilmente dai pensieri anche il suo autore”.

E di episodi di riso amaro ne appaiono in continuazione, come ad esempio quello in cui Schipa Jr si trova a colloquio con uno dei fratelli Riverberi tentando di convincerlo a pubblicare un suo disco e si sente dire dal suo interlocutore: “Lei si deve rendere conto che al momento [1971 ndr] non è possibile in Italia investire grosse cifre in un disco dove compaia la parola costellazioni. La maggior parte del pubblico non la capirebbe” In ogni modo, il racconto presenta qualità indiscutibili, dall’autoironia alla grande capacità di trasmettere emozioni e stati d’animo.

Schipa Jr sa imprimere fascino alla narrazione e riferisce del suo Orfeo, “un delirio organizzato che cambierà ad ogni rappresentazione”, con uno stile da romanziere e attraverso un’alternanza di immagini forti e delicate, serie e ilari, ma sempre molto efficaci, come quando nella descrizione del suo rapporto con la musica sostiene di essere un sequestrato con la sindrome di Stoccolma.

E pensare che riferendosi alla prima bozza dell’Orfeo 9 l’autore ha l’ardimento di dichiarare: “La prosa non è mai stata il mio mestiere”…

Curiosità: Schipa avrebbe voluto allegare il film in DVD al libro, ma non è stato possibile, anche perché i diritti sono stati acquistati da Renato Zero.

Fonte: Musicalnews.it
Autore: Andrea Del Castello
Data: 5/10/2006
Tipo: recensione

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