MARCO E STEFANO

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Re: MARCO E STEFANO

Messaggioda romella » mer mag 25, 2011 12:09 pm

Giochino facile facile per Herod.. quando avrai tempo di prenderti 5 minuti di pausa dai tuoi lavori, ascolta l'Allegro della Sinfonia n.2 (la trovi in questa pagina).. e poi dicci..
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Re: MARCO E STEFANO

Messaggioda Herod » mer mag 25, 2011 1:22 pm

Ma che bella la citazione di "Eccotela Qui" :D

In effetti Piacente l'ho davvero frequentato poco..... :oops:
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Re: MARCO E STEFANO

Messaggioda junior » mer mag 25, 2011 3:33 pm

Sto scrivendo (ancora una volta) una cosa su di loro e per loro. Spero non mi si blocchi lo streaming.
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Re: MARCO E STEFANO

Messaggioda romella » mar mag 31, 2011 1:46 pm

Mentre tu fai quello che ti riesce meglio - ma potremmo aprire un capitolo a parte - io ho fatto una cosa che non mi riesce proprio bene (tempo, mezzi e capacità scarseggiano). Non sono recidiva, c'è un motivo valido per cui l'ho fatto, quindi.. ecco un video di "A Pietralata" di Marco --> LINK
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Re: MARCO E STEFANO

Messaggioda junior » mar mag 31, 2011 3:59 pm

Grandioso, brava!
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Re: MARCO E STEFANO

Messaggioda romella » mer giu 01, 2011 12:12 am

junior ha scritto:Grandioso

Piacente, si.. lo è!
junior ha scritto:brava!

Per la tenacia? Si, lo sono.
Attenti a voi, che ora video tutto! :)
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Re: MARCO E STEFANO

Messaggioda junior » mer giu 01, 2011 8:23 am

No, grandioso... tu! :-)
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Re: MARCO E STEFANO

Messaggioda Eva » sab giu 18, 2011 1:32 pm

grande Romella per il video!
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Re: MARCO E STEFANO

Messaggioda romella » sab giu 18, 2011 10:58 pm

A me piacciono le immagini vecchie della mia città :) e poi tutte le belle canzoni in romanesco. Consiglio del giorno per gli amanti del genere, sempre sul sito di Marco "La notte che j'ho regalato".. nel testo ci sono un paio di perle di saggezza tristemente intramontabili!
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Re: MARCO E STEFANO

Messaggioda junior » dom apr 22, 2012 8:18 pm

PER MARCO, IL MOZART DI QUESTO SALIERI QUA

Questo è un necrologio.
Guardate quei figuri patetici che entrano nei loro loculi di plastica e finto legno. Sonoi gli addetti ai lavori della musica italiana.
Guardateli prendere il caffè in silenzio e poi avviarsi verso il posto di lavoro, dove la loro attività predominante è quella di darsi la zappa sui piedi. Vedeteli aprire l'armadietto, tirare fuori la loro zappa preferita. Vedeteli levarsi con gesto elegante le scarpe, sfilarsi i calzini, riporli ordinatamente e cominciare con religiosa meticolosità ad affettarsi le dita dei piedi.
La mancanza delle dita dei piedi li ha resi - strano caso medico - sordi e ciechi da ormai quasi quarant'anni. Per tutto questo tempo hanno evitato accuratament di osservare il pubblico reale e quello potenziale, di tentar di decifrare le sue necessità e i suoi gusti reali. Si sono invece dedicati con ostinato istinto di autodistruzione alla creazione di progetti astratti e frigidi a tavolino, trasferiti poi su un lettino da anatomopatologi dove venivano creati mostri alla Frankenstein, privi di anima cuore e cervello, che erano per loro quello che il pubblico DOVEVA VOLERE. La cosa peggiore era che il pubblico, ormai rintronato almeno quanto i mostri, finiva per adeguarsi, e la spirale viziosa si avvitava verso il basso in un gran andirivieni di creature orribili formate da pezzi di altre cose orecchiate in giro e maldigerite.
Questo per i recenti quarant'anni. Ora è peggio. Ora, ormai privi di dita, piedi e su su su, siedono inebetiti dietro le loro scrivanie incapaci di intraprendere alcunché, atterriti dal vuoto siderale che si è creato tutt'attorno, conseguenza dei loro esperimenti andati a male.
Qualche giorno fa ci ha lasciati uno dei più grandi artsiti della canzone italiana, uno che aveva antcipato di dieci anni almeno Elio, Conte, Masini e tutti i grandi veri della fine del secolo. Il suo nome: Marco Piacente. Ne sapete qualcosa voi? Fortunati se sì. Gran parte delle zappate sui piedi della discografia romana sono state autoinferte a suo riguardo, nello sbarrargli la strada in modo testardo, ostinato, bieco. Era un autore che deliziava in maniera inequivocabile ogni ascoltatore che veniva a contatto con i suoi capolavori, cosi ricchi di cultura musicale (intelligentemente dissimulata) e di qualità letteraria superiore (temperata da una sottile ironia) da essere totalmente repulsivi per ogni "professionista" della discografia, fra cui imperavano gli "esperti", gente in grado solo di pensare per accordi, come ogni strimpellatore improvvisato. Una volta soltanto un suo gioiello poté filtrare tra le maglie dell'ottusità. Si chiamava "Che ce vò", una tenera, magistrale piccola ballata in romanesco che appena orecchiata dai vampiri succhianote fu inserita nel tritatutto dell'industria, violentata nel testo e trasformata in un inno nazional-popolare intitolato "Semo gente de borgata", che non si capisce perché della gente di borgata vera non abbia sollevato le proteste. Questo non portò un'oncia di riconoscimenti a Marco, e ora dei cento pezzi e più che facevano di lui il nostro Paul Mc Cartney (e con il suo geniale amico e collaboratore Stefano Trabalza avrebbero potuto essere loro i nostri Beatles) non cè traccia nel miserevole catalogo italiano ufficiale, ma ce n'è una traccia profonda e incancellabile in tutta una Roma sotterranea che di queste canzoni ha fatto dei miti, un vero "cult".
Ora Marco è uscito dalla scena in cui non aveva mai potuto entrare, e si potrà anche discutere di quanto poco in fondo ci tenesse, occupato com'era a vivere la vita da uomo di cultura, curiosità e intelligenza profonde. Ma la parte di lui che viveva nella musica e per la musica, e in particolare per la canzone, non potrà scomparire. Di questo vorrei assicurare sua moglie Elvia, sua madre Vittorina e suo figlio Emanuele (cui, ancora dentro la placenta, fu dedicata una delle canzoni più stravolgentemente belle, alla cui altezza Emanuele avrà il dovere di essere per tutta la vita) e tutta la sua bella famiglia e gli adorabili amici che ora piangono ma che presto torneranno a sorridere deliziati di quel tesoro ricchissimo che Marco ci ha lasciato.
Io, per conto mio, mi sono battuo come un cane arrabbiato per lui almeno quanto l'ho fatto per mestesso. Non ho ottenuto quasi nulla perché come lui sono, sotto il profilo dell'auto-industria, un inetto. Ma continuerò a farlo, perché queste sono le battaglie giuste di una guerra sacrosanta.
Buon futuro, Marco.
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