Quotidiano di Puglia (14 agosto 2011)

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Quotidiano di Puglia (14 agosto 2011)

Messaggioda romella » mar ago 16, 2011 9:19 pm

"MIO PADRE E LECCE" di Adelmo Gaetani

LECCE - «Quando sono nato e poi da piccolo ero una sorta di bagaglio appresso, un inconsapevole giramondo. E non poteva essere diversamente, visto il lavoro che faceva mio padre. Lui era sempre in giro per tournée tra Europa e America e al suo fianco c’era mia madre e, naturalmente, io, anche se ancora in fasce».

Lui è Tito junior, Titino per gli amici, il padre era Tito Schipa, leccese autentico, un mito del bel canto e il più grande tenore di grazia (solo?) di tutti i tempi.
Lecce, in vari modi, tiene viva la memoria di uno dei figli che più le ha dato lustro in Italia e nel Mondo: il più singolare, e apprezzato, è il rintocco del mezzogiorno in piazza S. Oronzo scandito dalla sua voce vellutata. Una magia che si ripete quotidianamente e che non finisce di incantare leccesi e turisti. «E’ stata davvero una bella idea, oltre che un gesto di gratitudine nei confronti di mio padre», dice Tito junior, nato il 18 aprile 1946 in terra lusitana.
«In quel periodo mio padre era in Portogallo per una tournée che durò diversi mesi. Una sera, a cena, con un piatto di orecchiette davanti - tanto mi è stato raccontato - mia madre ebbe le doglie. Immediato il trasferimento in una clinica di Estoril dove nacqui».
Poi?
«Qualche mese a Lisbona e dintorni, quindi il trasferimento in Argentina, a Mendoza, dove restammo per circa sei mesi. Dal Sud al Nord America, nella nostra villa di Beverly Hills, poi Parigi e tanti altri posti dove mio padre si esibiva».
E l’Italia?
«Qui arrivai tra la fine del 1949 e gli inizi del 1950. Avevamo una villa nella campagna piemontese, in provincia di Alessandria, e lì sono vissuto per cinque anni».
La sua famiglia?
«La mia era una famiglia che oggi si definirebbe molto allargata. I miei genitori andavano e venivano e a me capitava spesso di restare solo con la mia educatrice. Comunque, c’era una bellissima campagna, gli stimoli non mancavano, come i motivi per divertirsi e sognare».
Il rapporto con suo padre?
«Non era molto stretto, lui era quasi sempre in giro, ma il suo affetto e il suo amore nei miei confronti li avvertivo in ogni momento, anche se per diversi anni quella di papà è stata una figura quasi indecifrabile».
Perché dice questo?
«Semplice. A me è capitato di scoprire la sua grandezza solo dopo la morte avvenuta quando avevo 19 anni. Allora ho capito che è stato un gigante nel suo campo».
Che cosa l’ha colpita di più?
«Esattamente quello che ha colpito tutto il mondo. Tito Schipa è stato il più grande esempio, in campo maschile, di qualità canore, musicali e interpretative. Le sue esecuzioni erano semplicemente perfette. Se pensiamo ad altri generi artistici, possiamo paragonarle a quelle di Louis Armstrong per il jazz, di Frank Sinatra per la canzone popolare, di Carmelo Bene per la recitazione. Stiamo parlando di personalità non comuni e inarrivabili».
Qual era il rapporto di Tito Schipa con Lecce? Se ne raccontano tante.
«Che cosa posso dire? Pensi, non c’era estate che non si scendesse per la festa di S. Oronzo, era un appuntamento che non si poteva mancare, io ero un bambino ma ricordo tutto. Si partiva dalla provincia di Alessandria dove vivevamo e via per Lecce. Due giorni di auto con le strade di allora».
Massacrante per suo padre?
«Sì, ma soprattutto per mia madre, Diana Prandi. Era lei che guidava».
Una volta a destinazione?
«Andavamo al Risorgimento, albergo storico al quale mio padre era molto legato, come fosse la sua casa leccese».
I suoi ricordi di quegli anni?
«Sono rimasti impressi i colori della festa, l’atmosfera bellissima, i palloni, i giocattoli. Erano gli anni Cinquanta e le ricorrenze patronali rappresentavano la vita stessa di una comunità».
Si è molto discusso, e con giudizi divergenti, del rapporto tra Tito Schipa e la città che gli aveva dato i natali. Che cosa può dirci?
«E’ vero, si è detto tanto, si sono evocati contrasti, incomprensioni. Ma credo di poter dire che tutto questo appartiene a ricostruzioni fantasiose e un po’ pettegole della realtà».
Invece?
«La verità è una sola. Papà aveva un amore sconfinato per la sua città e il dialetto. Ogni volta che poteva, si trovasse anche in campo al mondo, parlava in leccese».
Lecce e il Salento hanno tributato a Tito Schipa i giusti riconoscimenti?
«Sul comportamento della gente comune non c’è niente da dire. Del resto, Lecce lo ha sempre considerato il suo figlio migliore e ogni anno che passa l’interesse verso il grande artista aumenta. Certamente la biografia da me curata in occasione del centenario della sua nascita ha contribuito a mettere maggiormente a fuoco una figura straordinaria, tanto che sia in Italia che all’estero si può leggere ormai dappertutto che Tito Schipa è stato il più grande tenore del Novecento».
Quindi sono le istituzioni a essere in debito?
«Qualcosa è stato fatto, ma naturalmente quando sopravviene la politica le situazioni possono complicarsi e i tempi allungarsi anche all’infinito».
Si riferisce a qualche aspetto, in particolare?
«No, il mio è un ragionamento che sta nei fatti, poi le situazioni possono anche evolvere positivamente».
Intanto, sono iniziati i lavori di ristrutturazione del Liceo musicale intitolato a Tito Schipa. Buona nuova?
«Senz’altro, anche se occorrerebbe farsi venire un’idea per valorizzare quella struttura una volta ultimata».
Una sua idea?
«Certamente potrà essere sede del museo dedicato a Tito Schipa e a tale proposito invito quanti sono in possesso di oggetti significativi appartenuti a mio padre o che lo ricordano di contattarmi. Ma ho anche avuto modo di proporre al presidente della Provincia, Antonio Gabellone, che diventi sede di un’attività culturale, che intrecci didattica e pratica, per fare cose bellissime e originali. La volontà sembra esserci, vediamo se riusciamo a concretizzare questo progetto ambizioso».
I suoi rapporti artistici con Lecce?
«La prima volta che ci sono tornato per proporre uno spettacolo è stato a metà degli anni Settanta per un concerto nell’anfiteatro romano. Quando arrivai in auto e vidi la scritta “Lecce” a bordo della strada, mi venne un’emozione incredibile. C’è qualcosa di questa terra che mi appartiene, che sento mia al di là del fatto che ci viva o no».
Le è mai venuto in mente di intraprendere l’attività di suo padre?
«Come no, ho anche studiato da tenore, ma era come chiamarsi Coppi e passeggiare in bicicletta».
E allora?
«Niente, ho fatto il cantastorie in tutte le forme possibili, raccontando storie in musica. La mia vena creativa si è espressa soprattutto nel teatro musicale. E’ un’attività che mi ha dato e mi dà molte soddisfazioni e che si intreccia con altri interessi e altri lavori, come un intervento sul quale sono impegnato per valorizzare il sito archeologico romano del terzo secolo a. C. a Terracina. Naturalmente le cose in cantiere sono tante e a settembre ripartirò dal Teatro dei Satiri di Roma».

L'articolo online [QUI]
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