Ecco gli interventi di Novella:
NOVELLA BONELLI-BASSANO
Caro Tito,
con grande felicità scopro,
pezzetto dopo pezzetto,rimettersi insieme “L’isola nella tempesta”, ti spedisco il contributo di una piccola parte dei miei ricordi sullo spettacolo.
Con la speranza di rivederne presto le immagini e le emozioni riemergere intatte dai cassetti del tempo.
“L’ISOLA NELLA TEMPESTA”: UN’AVVENTURA D’AMORE
(estratto da “naissances” raccolta di testi di Novella-Bonelli Bassano)
Conobbi Daniela Gara ad una manifestazione femminista. Immediatamente diventammo amiche.
Daniela era una donna aperta,che parlava sempre con franchezza e con energia, taluni dicevano “agressività”, come già allora si soleva etichettare una donna libera,forse fu proprio questo modo di essere così interamente nella vita che ci fece riconoscere subito.
Io ero veramente giovanissima, Daniela aveva deciso di trasmettere a me ed al mio entusiasmo di ribelle la sua esperienza di attrice: lei “mentore” ed io sorgente di fresca energia ed anche attenta confidente di quella sua immensa e sensibile fragilità.
Daniela mi propose di andare a trovarla nel nuovo teatro che si stava aprendo proprio sotto casa sua e a tre passi dal liceo artistico che io frequentavo.
Dello spettacolo in preparazione non volle dirmi nulla ,solo: vedrai,deciderai,sceglierai tu...
Per due o tre giorni andai al teatro dopo scuola, poi cominciai ad abbandonare i cavalletti e le copie di gessi antichi, convinta che in quel teatro avrei imparato molto di più , partecipando alla costruzione di un’opera d’arte nascente.
E così cominciò l’avventura.
La creazione dell’ “L’isola nella tempesta” fu molto di più che un’esperienza teatrale: un’intensa ed emozionante avventura collettiva umana,artistica e sociale. Grazie a Daniela,divenuta verace trasteverina in stretta adesione con gli abitanti del suo quartiere,il mistero di ciò che quel
gruppo di “strambi” stava facendo dentro a quel nuovo teatro,divenne il centro della curiosità di tutto il quartiere e ben presto della solidarità di molti.
Il portinaio,che preoccupato per la nostra salute , ci portava i piatti cucinati dalla moglie,e poi restava lì, fermo in un angolo buio,in fondo alla sala, assistendo alle prove come si assiste ad un miracolo. I bambini,che avevano abbondanato la loro occupazione preferita,soffiare con le cannucce aghi nel posteriore dei gatti randagi ,e che cercavano di introfularsi nel teatro.
Dopo accesi dibattiti avevamo trovato un accordo: eletto il gradino sgretolato del portone di Daniela come quartier generale del vicolo, nei momenti di pausa, io portavo la pittura e dei fogli e,mentre i ragazzini dipingevano,Daniela raccontava loro la favola di quello "
splendido mondo nuovo”.
Nicolina,che dalle tasche del suo grembiule ,tirava fuori per noi a qualsiasi ora del giorno e della notte un pacchetto di sigarette; la grassa rigattiera,che in una nuvola di fumo,dietro alle sue gabbie di strani animali e la sua roba vecchia ,attendeva un resoconto quotidiano sui progressi del futuro spettacolo; perfino “er vichingo” , noto ladruncolo alto una spanna, proteggeva con attento strabismo noi ed il teatro da qualche possibile male intenzionato: insomma “L’isola nella tempesta”, ancor prima di esistere, era già , per chiunque a Trastevere ci vivesse veramente, una fierezza locale,un affare personale e sopratutto un’avventura a cui ciascuno voleva prender parte.
La povertà cronica per la creazione dello spettacolo,conosciuta da tutti, il vederci lavorare giorno e notte chiusi lì dentro, ma sopratutto la nostra vitale energia,la nostra debordante immaginazione creativa, quella nostra fede così entusiasta e sincera , e quell’aura d’amore che ci avvolgeva ci fecero “addottare” ed amare dal popolo del quartiere.
Le generali furono tutte per lui : il nostro leggittimo primo pubblico, che , in applausi senza fine, accolse nel grembo dei suoi vicoli e nell’universo del suo immaginario quella nuova “creatura”,
L’isola nella tempesta,commosso e fiero di aver, in un modo o in un altro, contribuito alla sua gestazione. Fu così che , grazie al bisbiglio sommesso del “popolo” e malgrado la stupefacente inefficacia del servizio stampa e le relative critiche che con grida gracchianti annunciava “un musical a specchietti”, L’isola nella tempesta, primo spettacolo di un nuovo teatro, fu rappresentato per più di tre mesi, davanti ad un pubblico fitto ,partecipe ed incantato...
E con la spontanea fedeltà del pubblico ad uno spettacolo di avanguardia tale fu L’isola nella tempesta, si confermò l’emozione profonda che lega tutti noi alla tradizione popolare dell’Opera nel nostro Paese.
Era l’anno politico 1976, i figli dei fiori cominciavano ad arrabbiarsi sul serio!
L’8 marzo non era il giorno di consumismo consacrato di oggi , ma ancora un giorno di lotta per le donne. Daniela Gara ed io recitammo in piazza la “Fabbrica delle bambine” e poi io trascorsi la giornata chiusa in una gabbia: la regina della casa .
In testa avevo una corona di cucchiai e forchette fabbricata in cartone proprio dai bambini del vicolo,indubbiamente “L’isola nella tempesta” aveva aperto anche a loro nuovi orizzonti, avviando spontaneamente l’idea del “prolungamento” dell’impegno teatrale nel tessuto sociale ed educativo.
A quell’epoca,se il teatro si pretendeva politico , dimenticava di “sognare” e quindi“L’Isola nella Tempesta” fu in quell’anno 1976 una vera rivoluzione teatrale,di una straordinaria modernità nel contenuto e nella forma.
L’audacia teatrale e politica di quel collage e parallelismo del testo di Shakespeare con quello di Huxley (l’invadente America,tempeste, naufragi,speranze,lotte,messaggeri di guerre e di pace,magnati del petrolio, dittatori ,il dramma umano ed universale del potere...): una parabola di fantapolica di cui l’ odierna rilettura,a trent’anni di distanza , resta di una struggente attualità.
L’utilizzazione di scenografie mobili,di effetti speciali, di una sonorizzazione estremamente sofisticata nonchè di un sistema multivisivo per le proiezioni di immagini ,la presenza di tecnici-attori visibili sulla scena (all’epoca vere novità in teatro).
La tenacità di Tito, recidivo, dopo Orfeo, e solo contro tutti , a voler riaffermare il suo posto centrale e legittimo al teatro musicale così importante nella storia culturale, poetica, umana e politica italiana da sempre legata all’Opera “ L’isola nella tempesta” fu “portata” dalla quella straordinaria energia vitale che procura il piacere di creare .
Lo spettacolo nacque e sopravvisse grazie all’entusiasmo,all’immaginazione ed al dono disinteressato (visto che per mesi nessuno guadagnò una lira) e totale di sè e ad una vera storia d’amore che legò tutti coloro che parteciparono all’avventura: Tito , generoso tiranno e sagace regista, capace di trasmetterci una fede inebranlabile e prendendo a piene mani le nostre
energie e la nostra passione per quel mestiere,fece di tutti quegli individui,attori, tecnici, collaboratori, un unico corpo teso all’opera.
Per la maggior parte di noi le esperienze teatrali e artistiche si sono moltiplicate negli anni ,ma sono certa che per ciascuno individualemente quella fu e resterà un’esperienza unica e a parte, particolarmente amata. “L’Isola nella tempesta” non è solo un ricordo, che si conserva con amore , riconoscenza ed affetto , ma uno di quegli “istanti di grazia” di cui l’evocazione impone immediatamente la sua nitida presenza che si riaccende con tutta la sua vitalità e la sua passione.
Certo in quell’anno senza scuola, io persi il pezzo di carta diplomante, ma ciò che del teatro e della vita appresi in quell’avventura fece di me ,per sempre ,come artista e come donna, un’isola tenace in ogni tempesta!
E’ impossibile rievocare “l’Isola nella tempesta “senza parlare del lavoro di scenografia e dei costumi immaginati da Giovanni Agostinucci ( al cui fianco feci i miei primi passi in quel mestiere) e della straodinaria bravura degli attori. Se Tito fu come sempre “
il vecchio idiota” geniale che raccontò una favola meravigliosa sospesa alle note della sua musica, per gli attori questo spettacolo fu una vera performance: quasi tutti recitavano e cantavano due ruoli . (Umi Raho: Prospero e Dott. Robert; Edoardo Nevola: Ariel e una gracula, Daniela Gara: Calibano e
Murugan ; Anna Arazzini: Miranda e Mary Sarojini; Nino Scardina:Sebastiano e Kraudinger)...
Bisognava che i cambiamenti di costume fossero rapidissimi e che l’attore potesse,cambiando costume, abitare un personaggio completamente diverso.
Daniela Gara fu eccezionale di bravura e professionalismo. Raro per un’attrice di accettare di recitare due ruoli in cui la sua immagine personale e “femminile” è totalmente trasformata
per non dire defigurata. Nel ruolo di Calibano Daniela Gara portava una maschera ed un costume molto largo e difforme e nel ruolo di Murugan recitava con due palline di cera in bocca tenute da un apparrecchio di ferro, che le gofiavano le guance e le modificavano la voce, con un sedere di gomma piuma e con il cranio completamente rasato!
Quanto ad Edoardo Nevola, ogni sera si sedeva paziente e si sottoponeva al trucco: con un minuscolo pennello trasformavo il suo viso in volatile spirito, dipingendo linee, piumette, puntini, volute... E quando Edoardo entrava in scena,improvvisamente diveniva il messaggero alato lieve ed aereo, e nel suo costume pur così pesante (le larghe ali erano fabbricate in tela da sacco), incarnava tutta la gioia di vivere del suo personaggio con una incredibile leggerezza. Quando Ariel intonava il suo “scherza e deridi” l’emozione del pubblico era palpabile , un vero istante di magia.
“Onda piccina , ricciolo che scompare...”:
Ormai vivo all’estero da più di vent’anni, ma ogni volta che mi trovo a Roma,cammino e cammino,senza meta, lasciando il mio corpo libero di ripercorrere le sue conosciute strade.
Come se il messaggero alato guidasse i miei passi, e proprio come la nave dello spettacolo approdava “su queste spiaggezafferano”, io, ineluttabilmente,finisco per ritrovarmi nel vicolo davanti a “quel” Teatro in Trastevere. Allora riecheggiano i canti e i brividi di tutta quella così viva passione.
“Scherza e deridi gioca e sorridi ché non c'è nulla di vero no, no, non c'è ché non c'è nulla di vero fuor del pensiero...”
Nomade zingara d’altri tempi, che a bordo di una diligenza
“ cominciò una marcia tra rovi e macchie” a galoppo sfrenato sui sentieri impolverati della vita e dei ricordi, mi ritrovo lì, forse solo moderna emigrata invasa dall’emozione e quell’indicibile sapore di “famiglia” che tutti coloro che “tornano” cercano sempre di ritrovare,di afferrare e di riaffermare.
Fedeltà all’ “invisibile”...
“ Non c'è dolore... Soltanto il respiro antico di un viavai che non finirà”
Poi proseguo ed alzo la testa verso le finestre dell’appartamento dove viveva Daniela..."Io so che l'oceano non esisterebbe senza di me".
E allora ritorna il tempo,chiaro come cristallo, di quella semplice ed immensa gioia di vivere e creare, quella generosità che “nell’inverno del nostro (collettivo) scontento” immaginò con entusiasmo “uno splendido mondo nuovo”.
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Ciao a tutti,
allora frugando in qualche cassetto, miracolosamente sopravvissute a numerosissimi traslochi, ho cominciato a trovare qualche documento "d'epoca" cliccando sulla foto si può ingrandire,ma bisogna essere pazienti!
[URL=http://img512.imageshack.us/my.php?image=1calibanoetitocc2.jpg][img]http://img512.imageshack.us/img512/7494/1
calibanoetitocc2.th.jpg[/img][/URL]
Questa foto mostra Calibano e Tito.
Allora adesso che avete anche voi potuto ascoltare la canzone di Calibano (vedi post TITO 07),immaginatevi la scena: Calibano cantando con la sua voce di "mostro" fa il suo ingresso , come vedete dal suo collo pendono dei lunghi serpentelli di gomma piuma, mentre canta realizza una specie di danza sfrenata, praticamente piegato in due, allora tutti i serpentelli svolazzano mentre Calibano gira come una trottola in lungo ed in largo per lo spazio scenico, pazzesco riascoltare quel suo grido "Prosperooo!" mi sembra di respirare l'aria del teatro! , comunque vi garantisco che al suo ingresso il pubblico restava invariabilmente con la bocca spalancata. Fra l'altro , ma di questo non ne sono certa è un ricordo da verificare, mi sembra che gli occhi di Calibano si accendessero pure. L'incredibile bravura di Daniela Gara faceva del personaggio di Calibano un essere volgare ed immondo (non vi dico i gesti quando canta "scoparmela"! ) e nello stesso tempo tenerissimo, Daniela faceva un movimento di animale ferito cantando "Mamma, dolcissima strega. Ti avessi ancora qui... " che era molto commovente.
Questa è una foto pubblicata sul libro "Riprendiamoci la vita" dove io e Daniela gridavamo (tanto per cambiare) in una manifestazione femminista.L'ho messa qui ,perchè queste erano le nostre occupazioni quando c'era un attimo di pausa in teatro e poi a quell'epoca Daniela,avendo il cranio rasato a zero per l'interpretazione del ruolo,ha dovuto girare per mesi con in testa cappelli e turbanti!
Questa è una foto (non so chi l'abbia fatta,io quell'epoca non ero ancora fotografa) delle prove,e vedendola mi sono ricordata che Roberto Bonanni (che qui si vede di schiena) recitava con la gamba"ingessata". In alto potete intravedere quelle che erano allo stesso tempo soffitto,nuvole,vele e schermo su cui si proiettavano le immagini (lampi della tempesta,"documentario" sugli "indigeni " dell'isola di Pala ecc.) Chiaramente il tutto si muoveva e prendeva forme diverse a seconda del momento... Spero che tutto ciò contribuisca a farvi immaginare meglio..
"Nemico della Patria"!...
E' vecchia fiaba
e ancor la beve il popolo.
(Giordano, Andrea Chenier)