Le audizioni erano consistite per lo più in un passaparola all’interno del Piper e sui marciapiede circostanti. Si cercavano ragazzi in grado di cantare, ballare e recitare. Oggi parrebbe una cosa normale, allora era una vera esagerazione. La cultura del musical era al di là di ogni possibile cognizione. E’ vero, da aiuto regista avevo partecipato e stavo per partecipare ancora a film musicali di un certo livello, ma la tecnologia cinematografica permetteva di far sembrare che attori cantassero, ballerini cantassero e via fingendo, per mezzo di playback e ogni altro strattagemma. In teatro però, e dal vivo, non era pensabile mettere insieme un cast italiano di personaggi polivalenti quali abbondavano ad ogni angolo dell’universo artistico anglosassone. E se pur ci si fosse riusciti, si sarebbe trattato di amplificarli in movimento, altra frontiera neanche lontanamente avvicinata dalla tecnica italiana. Per questo anche i santoni della commedia musicale al pomodoro come Garinei e Giovannini dovevano tenere i cantanti immobili davanti a microfoni panoramici o ricorrere al playback, con il pubblico buggerato e contento.
Le difficoltà del casting non erano neanche tutte qui. Bisognava in aggiunta che gli interpreti cantassero in inglese e che conoscessero le canzoni più famose di un certo Bob Dylan, completamente sconosciuto al di qua dell’oceano. Andò da sé che i prescelti furono in gran parte di lingua madre inglese e ben addentro alle novità e ai misteri del Rock and Roll. Non tutti però. Bisogna dire che dalle schiere di “piperini” sarebbero a breve usciti anche diversi elementi italiani perfettamente all’altezza.
Tutti cantavano, tutti recitavano, tutti ballavano, anche se per dare più spinta ai momenti coreografici decisi di ingaggiare un paio di elementi specializzati solo in quello, dispensandoli dal cantare. In ogni caso dopo poche prove sarebbe già stato impossibile farli stare zitti.
E adesso eccoli qui, radunati attorno al trionfo barocco del mio Steinway, ognuno col suo bravo copioncino in mano, dove la versificazione di Mario Fales figurava in bella copia sulla carta porosa e con i caratteri un po’ sbiaditi tipici del glorioso, ormai preistorico, obliato, macchinosissimo ciclostile.
(L’emozione della moltiplicazione in serie del proprio lavoro di composizione grafica non mi era nuova. Tra i ricordi più belli del periodo liceale sfolgora l’immagine di un paio di ragazzi in Lambretta nei tramonti romani. Se qualcuno conosce una mia canzone che si chiama “Uccidetemi” ne ha già immagazzinato qualche flash. Ma quelle corse in scooter - che era già il vecchio glorioso “Oscuro Eroe”, quello battezzato così da Massimo Brandani e che mi avrebbe accompagnato fino all’Isola d’Elba, anni dopo, durante la nascita di Orfeo 9 – erano iniziate già nel 1963. Sul sellino posteriore proprio Massimo, con il suo humour indimenticabile, a tenermi compagnia nel vento e con sottobraccio una cartella piena di “matrici” in cera, i “master” delle pagine di Tandem, giornale scolastico del liceo Lucrezio Caro che dirigevo con Claudio Sabelli Fioretti. Era cominciata lì la ricorrenza settimanale, vissuta euforicamente, dell’ingresso in copisteria verso l’imbrunire di ogni lunedì, a veder infilare nella rotativa azionata a manovella quei lenzuoletti untuosi e delicatissimi su cui avevamo pazientemente io battuto a macchina, lui disegnato con una punta d’acciaio, sia i testi che le vignette del giornale - e se sbagliavi dovevi buttar tutto e ricominciare. A ogni cigolante giro di manovella schizzava fuori, planando nel vassoio di raccolta, un foglio che magicamente replicava in nero su bianco il nostro lavoro, fino a poco prima quasi invisibile sulla cera. La prima volta fu indimenticabile perché per la prima volta nella nostra vita producevamo qualcosa. E la mattina dopo, nell’intervallo a scuola, la corsa per i corridoi di Paolo Nascimbeni, redattore in sezione B: “Tutto esaurito! Tutto esaurito!”…)
Ora, quattro anni dopo, il rito si era ripetuto non in quella copisteria alla fine di Viale Angelico ma in una a pochi passi dal Piper, su via Po. E i copioncini con la copertina grigia (“la meno costosa, per favore!”) segnavano l’inizio documentato della nostra avventura.

