OPERA BEAT Il Making

La prima opera-rock del mondo, 1967

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Re: OPERA BEAT Il Making

Messaggioda junior » ven mag 21, 2010 7:19 pm

Le audizioni erano consistite per lo più in un passaparola all’interno del Piper e sui marciapiede circostanti. Si cercavano ragazzi in grado di cantare, ballare e recitare. Oggi parrebbe una cosa normale, allora era una vera esagerazione. La cultura del musical era al di là di ogni possibile cognizione. E’ vero, da aiuto regista avevo partecipato e stavo per partecipare ancora a film musicali di un certo livello, ma la tecnologia cinematografica permetteva di far sembrare che attori cantassero, ballerini cantassero e via fingendo, per mezzo di playback e ogni altro strattagemma. In teatro però, e dal vivo, non era pensabile mettere insieme un cast italiano di personaggi polivalenti quali abbondavano ad ogni angolo dell’universo artistico anglosassone. E se pur ci si fosse riusciti, si sarebbe trattato di amplificarli in movimento, altra frontiera neanche lontanamente avvicinata dalla tecnica italiana. Per questo anche i santoni della commedia musicale al pomodoro come Garinei e Giovannini dovevano tenere i cantanti immobili davanti a microfoni panoramici o ricorrere al playback, con il pubblico buggerato e contento.
Le difficoltà del casting non erano neanche tutte qui. Bisognava in aggiunta che gli interpreti cantassero in inglese e che conoscessero le canzoni più famose di un certo Bob Dylan, completamente sconosciuto al di qua dell’oceano. Andò da sé che i prescelti furono in gran parte di lingua madre inglese e ben addentro alle novità e ai misteri del Rock and Roll. Non tutti però. Bisogna dire che dalle schiere di “piperini” sarebbero a breve usciti anche diversi elementi italiani perfettamente all’altezza.
Tutti cantavano, tutti recitavano, tutti ballavano, anche se per dare più spinta ai momenti coreografici decisi di ingaggiare un paio di elementi specializzati solo in quello, dispensandoli dal cantare. In ogni caso dopo poche prove sarebbe già stato impossibile farli stare zitti.
E adesso eccoli qui, radunati attorno al trionfo barocco del mio Steinway, ognuno col suo bravo copioncino in mano, dove la versificazione di Mario Fales figurava in bella copia sulla carta porosa e con i caratteri un po’ sbiaditi tipici del glorioso, ormai preistorico, obliato, macchinosissimo ciclostile.

(L’emozione della moltiplicazione in serie del proprio lavoro di composizione grafica non mi era nuova. Tra i ricordi più belli del periodo liceale sfolgora l’immagine di un paio di ragazzi in Lambretta nei tramonti romani. Se qualcuno conosce una mia canzone che si chiama “Uccidetemi” ne ha già immagazzinato qualche flash. Ma quelle corse in scooter - che era già il vecchio glorioso “Oscuro Eroe”, quello battezzato così da Massimo Brandani e che mi avrebbe accompagnato fino all’Isola d’Elba, anni dopo, durante la nascita di Orfeo 9 – erano iniziate già nel 1963. Sul sellino posteriore proprio Massimo, con il suo humour indimenticabile, a tenermi compagnia nel vento e con sottobraccio una cartella piena di “matrici” in cera, i “master” delle pagine di Tandem, giornale scolastico del liceo Lucrezio Caro che dirigevo con Claudio Sabelli Fioretti. Era cominciata lì la ricorrenza settimanale, vissuta euforicamente, dell’ingresso in copisteria verso l’imbrunire di ogni lunedì, a veder infilare nella rotativa azionata a manovella quei lenzuoletti untuosi e delicatissimi su cui avevamo pazientemente io battuto a macchina, lui disegnato con una punta d’acciaio, sia i testi che le vignette del giornale - e se sbagliavi dovevi buttar tutto e ricominciare. A ogni cigolante giro di manovella schizzava fuori, planando nel vassoio di raccolta, un foglio che magicamente replicava in nero su bianco il nostro lavoro, fino a poco prima quasi invisibile sulla cera. La prima volta fu indimenticabile perché per la prima volta nella nostra vita producevamo qualcosa. E la mattina dopo, nell’intervallo a scuola, la corsa per i corridoi di Paolo Nascimbeni, redattore in sezione B: “Tutto esaurito! Tutto esaurito!”…)

Ora, quattro anni dopo, il rito si era ripetuto non in quella copisteria alla fine di Viale Angelico ma in una a pochi passi dal Piper, su via Po. E i copioncini con la copertina grigia (“la meno costosa, per favore!”) segnavano l’inizio documentato della nostra avventura.
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Re: OPERA BEAT Il Making

Messaggioda junior » sab giu 05, 2010 10:58 am

Facciamo un po' di intervallo. Entrano i clown.
C'è quello bianco, misurato e triste, che ha la "rovente fissazione di Dio", come la chiama Ceronetti. Parla pacato, con precisa cadenza toscana. Si chiama Teofilo, naturalmente. Per gli amici Teo.
L'altro, quello coi labbroni, il naso a palla e i pantaloni a botte, ha un forte accento milanese. Si chiama Blu (perché è scettico).
Blu gira lungo il perimetro della pista slappando le gigantesche scarpe e grida:

BLU
Dio non esisteeee!!! Va là che il Dio non esisteee!!!

TEO (tentando discretamente di interromperlo)
Scusa... No, scusa: di cos'è che stai parlando?

BLU (sempre sguaiatamente)
Di Dio!

TEO
Ah, ecco.
No, perché io invece parlavo di Dio.

BLU (sempre rivolto al pubblico, con esagerata ovvietà)
Che non esiste.

TEO
Certo che non esiste. Non l'è mica Dio!

BLU (si ferma e lo guarda)
Come sarebbe a dire, Dio non è Dio...

TEO
Certo che no. Certo che no.
Grazie a Dio.

BLU
Grazie a chi?

TEO
A Dio!

BLU (fissandolo aggressivo)
Che notoriamente non esiste.

TEO (ridendo)
Ah, per come te lo immagini tu, sicuramente no!

(Pausa)

TEO (serio)
Ma poi magari ciài ragone tu: perché Dio dovrebbe perder tempo a far cose cretine come esistere?

BLU (avvicinandosi minaccioso)
Uèla, pisquano! Cos'è che ciài, oggi, la paradossite?

TEO
Prego?

BLU
Blateri della roba senza senso.

TEO
Al contrario, è coerentissima! Si sta parlando di un argomento che per convinzione generale non è affrontabile con la ragione, e perché proprio io dovrei dirci cose sensate?

BLU
L'argomento sarebbe quella cosa là che non esiste?

TEO
Esatto! Ma non lo dicon mica solo i mistici! Se ci fosse qui un logico, o uno scienziato qualsiasi, ti spiegherebbe che la parola Dio semplicemente non è utilizzabile in nessuna discussione, formula o costruzione logica o scientifica, nessuna: per il semplice fatto che la parola Dio per queste categorie di pensiero non significa assolutamente nulla.

BLU
Ma scusa, non le dovrei dire io queste cose?

TEO
Si vede che non sei uno scettico preparato. Bimbo, qui si sta parlando delle verità.

BLU (ricomincia a zampettare attorno alla pista e grida verso il pubblico)
La verità? La veritàaaaaaaaaa?

TEO
Eh, la verità, sì.

BLU
Ma mio caro, la verità è un argomento da ubriachi!

(Pausa. Fermi.)

TEO
Carina questa. Chi è che l'ha detta?

BLU
Bob Dylan.

xxx

Dio disse a Abramo: "Ammazzami tuo figlio"
Abramo disse: "Neno, bello schifo di consiglio!"
Dio disse: Eh?", Ab disse: "Oh!"
Dio disse: "Occhèi, fa' un po' come vuoi,
ma alla prima che mi vedi in giro ti conviene filare".
Ab disse: "Vabbè... Quest'omicidio dove lo si va a fare?"
Dio disse: "Perché non sulla Firenze-Mare?"

Dylan concludeva la strofa citando la Superstrada 61. Io molti anni dopo avrei rischiato l'incidente fisico col mio editore traducendo (traslando) col nome di una strada analoga di grande scorrimento in Italia. Ma qui il punto è un altro.
Con Mario si era voluto usare questo rock-blues per aprire l'opera. Dava il titolo anche ad un intero album in seguito divenuto leggendario, probabilmente con Sergeant Pepper dei Beatles e Wish You Were Here dei Pink Floyd il terzo componente della Trimurti della discografia popolare di fine 900. La canzone aveva una caratteristica precisa che aveva determinato la nostra scelta: era in forma di dialogo stretto, dialogo formato rigorosamente da una battuta per verso, quella che i letterati colti e ogni liceale saputello fresco di maturità (come noi) avrebbero chiamato "sticomitìa". Per questo si prestava ad aprire lo spettacolo con la scena a più voci che avevamo in testa per il nostro gruppo di sbandati. Tradotta, e anche qui badando a mantenere le rime, faceva così:

- Ehilà, c'è un giradischi, gente, sul marciapiedi!
- Embè, c'è un giradischi. Prima volta che lo vedi?
- Io no, ma sta suonando la canzone che adoro!
- "Adoro" è una parola che mi fa incazzato nero!
- E basta co' sta lagna! Siamo qui per divertirci!
- Ecco gli altri che arrivano. Ah, la solita scena:
mettono in croce il Timothy, quei figli di puttana.

Su questo scambio veloce e ritmatissimo di battute, costruite, manco a dirlo, sul solito tradizionale impianto armonico di primo quarto e quinto grado che dal '700 in poi ha fatto la storia della musica d'ogni tempo, si stavano avventurando i ragazzi radunati attorno al mio pianoforte in un tardo pomeriggio della primavera 1967. Per loro era il primo giorno di prova di uno show di cui ancora avevano capito poco o niente; per me era il primo giorno di scuola di un'esperienza lunghissima e fin ora mai conclusa sullo spettacolo musicale e i suoi misteri.
Le lezioni cominciarono a fioccarmi proprio da quel giorno. Perché proprio da quel dialogo in musica emergevano prepotenti le piccole difficoltà, i grandi problemi e soprattutto la enormi differenze, in questo caso sicuramente sì, tra i ragazzi di matrice culturale anglosassone e quelli italiani.
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